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    I Puffi: un brand davvero puffoso

    Simo76 / 16 Ottobre 2017 / SDG News

    Breve excursus storico


    I Puffi nacquero nel 1958 dalla penna del fumettista belga Peyo, come comprimari in una serie ma, dato il successo riscosso, divennero presto protagonisti di una propria striscia.

    Riguardo al termine “Puffo” (in belga Schtroumpfs), sembra sia nato per errore durante una cena che Peyo fece con alcuni amici e chiedendo la saliera, non ricordando il temine, usò appunto Schtroumpfs; l’amico rispose scherzando, utilizzando quello che poi sarebbe diventato il famoso linguaggio dei Puffi. In Italia si preferì traslitterare “Schtroumpfs” con una parola più semplice, basata sull’aggettivo “buffo.

    Il successo proseguì, tanto che vennero realizzati diversi lungometraggi, una serie animata ed il conseguente merchandising.

    Locandina del flauto a sei Puffi
    Locandina del flauto a sei Puffi

    Sul microcosmo blu, c’è chi ha avanzato le più disparate teorie che vanno dall’ideologia socialista, passando per quella massonica o, addirittura, per il Ku Klux Klan.
    Tutto ciò trascende il contenuto del nostro articolo e lo lasciamo ai puffologi (sociologi dei puffi).
    Addentriamoci ora nel Puffrand, emm… il brand dei Puffi… scusate mi sto lasciando prendere la mano.

    L’idea

    Partiamo dall’idea alla base, cioè quella del folletto dei boschi, che sicuramente non è una novità, ma paradossalmente la sua forza sta proprio nel far leva su una tradizione popolare consolidata nell’immaginario comune, trascendendo le diverse culture.
    La reinterpretazione che ne è stata fatta è però peculiare, tanto da aver perso gran parte del suddetto riferimento:

    I Puffi sono i Puffi, non i folletti dei boschi.

    Ciò ha accondisceso ad uno dei requisiti fondamentali di un brand e cioè la capacità di distinguersi dagli altri: non esiste infatti nulla di simile. Il colore, l’abbigliamento, il modo di parlare, la caratterizzazione dei personaggi sono emblematici.

    Il colore

    Facciamo alcune considerazioni.

    La prima è sicuramente la volontà di creare una “Identità Blu”, colore non associabile ad alcuna etnia, e quindi portatrice di un messaggio universale.

    La seconda è relativa al significato intrinseco del blu. Esso è uno dei tre colori primari e per associazione ci rimanda subito al cielo ed al mare. Anche in forza di ciò, è un colore che dona pace, senso di armonia ed equilibrio, regolarizza il battito cardiaco, la pressione e riduce l’ansia. Lo troviamo fortemente presente nelle diverse culture, e spesso ha un significato spirituale ben definito che lo vede associato alla deità, alla purezza, al distacco dalle cose terrene. È anche un colore stimolante, che predispone alla produttività ed alla concentrazione.

    Altro colore presente nei Puffi è il bianco che, tranne per il Grande Puffo (e perché sono rosse le sue braghe? Lo scopriremo nella prossima puntata), è quello dell’abbigliamento che indossano.

    Il bianco è la somma di tutti i colori dello spettro elettromagnetico, è anche detto acromatico, ha alta luminosità ed è privo di tinta. A livello biologico la luce bianca è vitalizzante, permette la sintesi della vitamina D, stimola le cellule e le ghiandole endocrine.

    Nella cultura occidentale è riconosciuto come il colore della purezza, dell’innocenza, del Bene, della pulizia, dell’ordine e dunque trasmette positività e sacralità.

    Per tutte queste proprietà in pubblicità lo rivediamo onnipresente quando si parla di articoli legati all’igiene, ma anche alla medicina (il camice bianco).

    Immagine di un Puffo
    Immagine di un Puffo

    In generale possiamo affermare che i Puffi, grazie alla loro peculiare colorazione, trasmettono un senso di pace, fiducia, simpatia, allegria ed attraverso il bianco rafforzano il tutto aggiungendo la purezza e l’innocenza infantile.

    Ante litteram, in tempi in cui la sensibilizzazione per l’ambiente non era così forte, erano già emblema del rispetto per l’ecosistema; chi si ricorda del personaggio di Madre Natura, alzi la mano.

    Il Tone of voice

    Tale è distintivo tanto quanto i loro colori, infatti è persino stato in grado di creare dei neologismi, come per esempio “puffoso”, “pufferbacco!”, o il verbo “puffare”; ecco un altro dei punti di forza del brand: creare un nuovo linguaggio, capace di diventare patrimonio comune.


    Anche il loro nome è originale, semplice, incisivo, facilmente comprensibile, quasi onomatopeico, ma senza etimologia: non lascia spazio a fraintendimenti, né a dubbi.

    L’aspetto visivo


    Per quanto concerne  la veste grafica del brand, è composta da pochi tratti, da figure geometriche semplici, ed è riconoscibile ed adattabile. L’essenza dei Puffi è stata talvolta sintetizzata con un pittogramma rappresentante il tipico cappello, che la rende immediatamente riconoscibile.

    Il cappello dei Puffi
    Il cappello dei Puffi

    Il suono


    Tanto si parla di immagine, tanto poco si parla di suono, anche se molti brand hanno investito molto in questo ambito. Pensiamo per esempio al motivetto della Intel ed allo stacchetto di McDonald’s.

    I Puffi hanno fatto scuola anche in questo campo; ci riferiamo alla canzoncina che cantano, l’ormai famosa “Tra-la-lalallalaà…”. Se stessimo camminando per strada e sentissimo qualcuno fischiettarla, la riconosceremmo immediatamente, associandola inequivocabilmente ai Puffi.

    Riassumendo possiamo dire che i Puffi sono portatori di un insieme di valori positivi universalmente riconosciuti quali la fratellanza, l’amore, il rispetto per l’ambiente, l’amicizia e quella purezza che spesso gli adulti ricordano con un senso di malinconia, associandola alla spensieratezza dell’età infantile.

     

    Tutto ciò ha fatto dei Puffi un brand di successo… e puffoso!

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